Storia dell’implantologia
È storia piuttosto recente però, anche se non mancarono avvisaglie importanti nel 1800 e con il contributo della scuola italiana, rappresentata dal pioniere Maggiolo. Le scuole estere si sono distinte per sperimentazione e codificazione ufficiale; tuttavia l’Italia, in questa branca dell’odontoiatria, non è rimasta di certo a guardare. La scoperta strepitosa del reperto etrusco di Valsiarosa – Falernii Veteres (a Civita Castellano, provincia di Viterbo) rivela che la fantasia italica era prospera fin dall’antichità e l’intervento a cui fu sottoposto il povero malcapitato del ritrovamento indica che non era raro l’impianto endosseo dentale. Lo dimostra l’impianto in lamina d’oro che probabilmente sosteneva denti fittizi della mandibola. La scarsa conoscenza dei rischi post-operatori causò la morte dell’uomo per setticemia. Un altro ritrovamento interessante, il reperto gallico-romano di Essonne (in Francia), dimostra la pratica di inserimento: un perno ferroso modellato a fuoco e lavorato a mano è integrato nell’osso della mascella, e siamo nel I sec. dopo Cristo.Anche in Grecia e nei paesi arabi rimangono diverse testimonianze simili. Il plurimpianto dei denti ricavati da valve di conchiglia su un reperto Maya, ritrovato nel 1931 in Honduras e risalente al 600-700 d. C. - inizialmente ritenuto parte di un rituale funerario - rappresentava invece uno dei primi esempi di implantologia. Grazie agli studi approfonditi effettuati negli anni ’70 dal genovese Amedeo Bobbio, docente in implantologia all’Università di San Paolo (Brasile), si è scoperto infatti che si trattò di un vero e proprio intervento di implantologia orale per di più ottenuto con materiale del tutto biocompatibile, ricavato dalla conchiglia tridacna. Dopo secoli di silenzio, con qualche presenza isolata nel ‘500, nel ‘700 si hanno prove di reimpianti dentali, in alveoli beanti, attraverso l’inserimento di denti prelevati presumibilmente da cadaveri (era una pratica diffusa dissotterrare i cadaveri per studiare clandestinamente il corpo umano e tutti i suoi misteri). Nel 1800 a Parigi, in California e New York, grazie rispettivamente ai dottori Rogers, Harris e Edmons, si hanno i primi tentativi di impianti all’interno dell’osso con denti di ferro. L’italiano Maggiolo (di Chiavari) nei primi anni del secolo formula un manuale in francese, Manuel de l’art dentarie, in cui descrive i suoi impianti endossei in oro. Si tratta di strutture con una parte radicolare a cono dotata di tre occhielli che hanno la funzione di trattenere l’osso e una parte superiore a forma di bottone per consentire l’ancoraggio della protesi. A fine secolo seguono i tentativi di J. F. Wright, C. E. Friel e F. W. Levis. Si passa ai denti in porcellana porosi o con fori radicolari per permettere al dente di attecchire nell’alveolo e allo stesso tempo scongiurare l’ascesso periapicale con un drenaggio. Dalla prima metà del 1900 si utilizzano argento e oro per gli impianti. La sperimentazione più importante spetta a Grienfield che adotta l’iridioplatino ottenendo il brevetto. Il suo è di fatto il primo impianto a due tempi. Si scava l’osso con le frese e vi si fissa un moncone. La struttura viene perfezionata con impianti a forma di spirale, fino ad arrivare alla vite filettata. Nel 1938 lo svedese Dhal realizza con successo la prima struttura iuxtaosseo-sottoperiostea nella mandibola, a guisa di griglia per l’ancoraggio osseo da cui salgono quattro monconi per la protesi. Crea un tale scompiglio nel mondo accademico che per non perdere la licenza professionale è costretto a eliminare l’impianto. Negli anni ’30 ai fratelli Strock spetta la stessa sorte, l’avversione della comunità scientifica, nonostante il discreto risultato della protesizzazione del Vitallium, lega biologicamente inerte composta da cromo, cobalto e molibdeno. A loro si devono i primi impianti endodontici che stabilizzano i denti vacillanti. La forma delle viti migliora con Lubit e Rappaport che conferiscono ad esse la forma di radice. L’implantologia moderna nasce grazie ad un italiano, Manlio Salvatore Formiggini, modenese. Nel 1947 Formiggini adotta la tecnica definita di “infibulazione diretta endoalveolare” di viti cave a spirale. Il tessuto fibroso si inserisce nella cavità e si trasforma in osso per ritenzione ossea. In Uruguay, negli anni ’50, si intuisce l’importanza della modalità soggettiva di intervento, che avviene dopo aver rilevato le impronte interradicolari. Verso la fine degli anni ’50 la scuola italiana si distingue per le sperimentazioni di istologia implantare sommersa, grazie al trentino Ugo Pasqualini che riesce a dimostrare l’osteogenesi riparativa. Gli impianti di Stefano Tramonte risultano efficaci per il carico immediato. I successi di Formiggini e dei suoi allievi si concretizzano nel GISI (Gruppo Italiano Studi Implantari) che raccoglie proseliti anche all’estero. Di fatto, anche studiosi stranieri tendono a riproporre la vite cava e le metodiche di Formiggini. Negli anni ’60, l’italiano S. Tramonte introduce l’impiego del titanio per il suo impianto monolitico con vite autofilettante, e molti lo imitano. Sempre in Italia nascono strumentazioni che facilitano la saldatura delle strutture e si perfezionano tecniche ad aghi, a lama e soprattutto a vite. Non c’è però un coordinamento accademico scientifico, dovuto sia a grande scetticismo sia a rivalità. La storia dell’implantologia moderna, contrapposta a quella classica finora enunciata, nasce negli anni ’80 con il dott. Per-Ingvar Branemark, ricercatore svedese che diffonde l’osteointegrazione o “nuova implantologia”. Di fatto il mondo accademico si riunisce intorno alle sue dimostrazioni e anche la scuola italiana monolitica-elettrosaldata gli è debitrice. Negli anni recenti, dal 2000 in poi, si cerca di fatto una mediazione tra i migliori risultati classici e l’impronta moderna. Nel 2007 nasce la IAFIL (International Academy for Immediate Loading) che diffonde e perfeziona lo studio del carico immediato.
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Come si mette un dente su un impianto


