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L’implantologia ha lo scopo di restituire la funzione masticatoria del paziente affetto da edentulismo
attraverso la ricostruzione di tutta la struttura portante e del dente stesso.
La tecnica implantologica
Si utilizzano impianti che possono essere diversi per lunghezza, diametro e forma, per adattarsi in modo ottimale alla soggettiva struttura del segmento osseo. In genere, comunque, la struttura è composta da un corpo cilindrico o conico, filettato o meno, che va ad inserirsi a vite al posto della radice; su di esso (o anche formante un monoblocco già in partenza) si posiziona il moncone che andrà a sorreggere la protesi, ovvero il dente finto in metalloceramica, in vetro polimero o resina. Si tratta di materiali che conferiscono un’alta resa estetica. L’ultima fase, la protesizzazione, viene detta “carico impiantare”. La sua riuscita dipenderà dalla stabilità della parte endossea dell’impianto. Se non è possibile la rigenerazione ossea, per particolari condizioni del paziente, possono essere applicati impianti a lama, ago o griglia. Gli impianti oggi sono in titanio, materiale di alta biocompatibilità e che consente l’osteointegrazione, sia in caso di carico differito (inserimento dell’impianto in due fasi, secondo la scuola svedese) sia in caso di carico immediato (inserimento dell’impianto in un’unica fase, secondo la scuola italiana). Il titanio è bioinerte, permette cioè un contatto diretto tra osso e impianto. I protocolli scientifici internazionali sono concordi nel sostenere che l’impianto endosseo (all’interno dell’osso) a carico differito è quello che riscuote maggior successo. Questa tecnica realizza l’impianto in due tempi, posizionando la parte radicale e il moncone di sostegno al di sotto della gengiva. Durante la seconda fase, più breve della prima, si realizza un’incisione sulla gengiva per scoprire il moncone di appoggio e avvitare la protesi.
Come si procede per l’inserimento dell’impianto?
L’operatore (chirurgo, odontoiatra) ricava una sede all’interno dell’osso, nell’area che sarà occupata dal nuovo dente, utilizzando delle frese calibrate. L’obiettivo è fissare quanto più possibile l’impianto all’interno della sede ossea per evitare qualsiasi mobilità, se non quantificata accettabilmente in millimicron. Il procedimento dura da una a tre ore al massimo in caso di plurimpianto e non è doloroso, dato che si effettua sotto anestesia o sotto sedazione con protossido d’azoto (una tecnica nuova che tranquillizza il paziente e, eliminando la paura, lo rende collaborativo). La parte radicale si inserisce in mezz’ora al massimo e i punti di sutura si tolgono dopo una settimana.
A fine intervento il dentista ordina degli antibiotici per scongiurare possibili infezioni.
Mentre l’osteointegrazione è un fenomeno ricercato e indicativo di successo dell’impianto, la fibrointegrazione (la formazione di una capsula fibrosa che ingloba l’elemento estraneo, o impianto) che si sviluppa per difesa dell’organismo, non lo è affatto. Anche se si riscontra una percentuale di pazienti soddisfatti proprio in questa evenienza, che è fallimentare a livello tecnico ma riuscita per funzionalità.
L’impianto a carico differito consente una più completa osteointegrazione. Si interviene in un secondo tempo per fissare il moncone sostegno della protesi, riaprendo la mucosa con una seconda operazione dopo tre-quattro mesi per la mandibola e cinque-sei mesi per la mascella. Si toglie la vite tappo e se ne inserisce una nuova su cui andrà la protesi finale.
L’impianto a carico immediato invece è possibile, e con risultati positivi, solo se il quantitativo osseo è sufficiente, se la stabilità dell’impianto è subito riscontrabile, se c’è un buon sostegno del parodonto e non sono presenti fenomeni di bruxismo e patologie malocclusive.
È possibile che la quantità ossea su cui innestare l’impianto non sia sufficientemente disponibile. In questo caso, attraverso tecniche di ultima generazione, effettuate da un operatore molto esperto, si può rigenerare l’osso e dopo un periodo variabile da sei mesi a un anno si può procedere con l’inserimento dell’impianto.
Non c’è il rischio di rigetto, come può verificarsi in altri tipi di intervento chirurgico, dato che non viene sollecitata alcuna risposta immunologica negativa da trapianto eterologo (da altri donatori).
L’impianto è definitivo e dovrebbe avere una durata perenne, dato che diviene di fatto parte integrante del cavo orale. Inoltre viene prodotto secondo norme europee e deve avere un certificato di garanzia che il paziente dovrà conservare.
I problemi riscontrabili dopo l’operazione riguardano una possibile perimplantite, cioè l’infiammazione dei tessuti intorno all’impianto, segno evidente di una mancata osteointegrazione.
La consunzione dei tessuti ossei e gengivali, per varie ragioni (scorretto equilibrio occlusale per la presenza di protesi fisse o mobili ad esempio) può costituire un problema perché sottrae sostegno osseo all’impianto.
L’igiene orale deve essere costante e la situazione va monitorata con controlli periodici dal dentista.
Se il paziente è affetto da diabete, l’impianto potrebbe avere vita limitata a causa del ritiro del tessuto osseo.
Un impianto può dirsi inserito correttamente se non si registreranno infezioni ricorrenti; se non c’è mobilità dello stesso; se c’è assenza di radio-trasparenza intorno all’impianto.
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Come si mette un dente su un impianto

