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Che cos'è l'implantologia

Lo scopo degli impianti è riabilitare positivamente le funzioni masticatoria e posturale che dipendono dai denti. È sinonimo di implantoprotesi in quanto si utilizzano protesi di diverso materiale da impiantare nelle strutture endossee, vale a dire all’interno dell’osso della mandibola o della mascella. Si interviene chirurgicamente per inserire una protesi al posto della radice mancante, per questo viene detta protesi radicolare. La radice artificiale può variare di forma a seconda della scuola seguita da chi effettua l’intervento: può essere a cilindro liscio o filettato, a vite aciculare, a vite a spirale, a forma di lama, a forma di ago. Deve essere ben fissata all’interno dell’osso per sostenere senza problemi il nuovo dente artificiale. Diversi sono anche i tempi di intervento - che possono variare da un’ora a tre ore - oltre che le tecniche. L’intervento non è doloroso poiché si opera sotto anestesia locale a cui si può aggiungere protossido d’azoto per maggiore tranquillità del paziente. L’impianto deve essere accettato dal corpo umano e integrato totalmente nell’osso per impedire la mobilità del dente che altrimenti non sarebbe in grado di sostenere il carico masticatorio. Questo processo di integrazione, attraverso il quale i tessuti connettivi si trasformano in nuova parte ossea, prende il nome di fisiointegrazione o osteointegrazione. La scelta del materiale è molto importante, proprio per garantire la maggiore biocompatibilità possibile ed evitare il rigetto dell’organismo. Dopo varie sperimentazioni, attualmente il titanio è quello più usato. Può anche essere rivestito di ceramica. La forma più utilizzata è la vite endossea. Per poter effettuare un impianto è necessaria la presenza dell’osso nell’area di intervento e anche la sua qualità va considerata. Ovviamente può variare soggettivamente e a seconda della zona di intervento. Si seguono generalmente tre tipi di tecniche. Nell’implantologia sommersa, o a due tempi, si inserisce una struttura, costituita di più parti, nell’osso e si attende qualche mese per l’osteointegrazione e la rigenerazione ossea. Dopo due-sei mesi si riapre la mucosa per avvitare il pilastro dentale dell’impianto che andrà a sostenere la protesi. L’implantologia emergente, o a un tempo, si serve di un impianto monolite di titanio. Il blocco viene fissato in profondità nell’osso corticale e saldato, così da poter inserire subito la protesi. Infine, l’implantologia iuxtaossea, o sottoperiostea, fissa l’impianto tra osso e gengiva. Due scuole si condividono l’implantologia endossea, la più diffusa, quella italiana (che storicamente ha introdotto il primo impianto a carico immediato, la saldatrice endorale, l’uso del titanio, la zona di rispetto biologico) e quella svedese. Questa, resa nota da Per-Ingvar Branemark, si serve del carico differito. Il successo degli interventi è maggiore perché maggiore è la stabilità ricercata per l’impianto (a vite). Si attende qualche mese, fino a sei in caso di intervento mascellare, per consentire all’impianto radicolare di fissarsi e integrarsi nell’osso con più sicurezza rispetto alla tecnica di carico immediato seguito dalla scuola italiana. Attualmente le diverse scuole di pensiero stanno trovando una giusta posizione utile e riconosciuta a tutti i livelli. Per mettere definitivamente a tacere ogni polemica tra scuola classica e nuova, si parla oggi di “unica implantologia”, in cui afferiscono diverse metodiche e strumentazioni, prendendo il meglio del vecchio e stimolando il nuovo. Le diatribe storiche sui primi inventori sembrano essersi estinte, grazie al riconoscimento ufficiale di tutto il mondo accademico, che in un primo tempo aveva fortemente avversato e diviso gli studiosi di implantologia. Il merito di Branemark è stato proprio quello di aver avviato tale riconoscimento, che si è poi rivelato positivo anche per la scuola italiana.

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